venerdì 15 dicembre 2017

Posts from The Distributist Review for 12/15/2017

The week in review
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The Lost Condemnations of Capitalism

The Lost Condemnations of Communism of Vatican II make clear that communism is opposed to Catholic faith and morals, but so is capitalism.
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Globalization Must Not Be a New Form of Colonialism

Years ago, St. John Paul II critiqued the economics of globalization, and raised serious ethical questions about the way it is implemented.
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The High Costs of Low Prices

Today we are obsessed by the desire to keep prices down. Nevertheless, the cult of minimum prices can have some nasty consequences.
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Towards Nazareth

And now, O Jesus of Nazareth, I wonder and wonder again whether in going away from these home-crafts we did not go from Our Father into a far country...
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Esbozo de San Francisco


Un aforisma al giorno ⛵️

"Essere buoni è un'avventura più grande e ardita che fare il giro del mondo in una barca a vela".

Gilbert Keith Chesterton, Uomovivo

martedì 12 dicembre 2017

Un aforisma al giorno 📰✏️🗞

La notizia può essere falsa. O anche se non fosse falsa, può essere così selezionata da dare una fotografia completamente falsa del posto e dell'argomento di cui si discute. La selezione è la bella arte della falsità.

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, 6 Novembre 1909

Un aforisma al giorno 🥖 🧀

La libertà di parlare significa nella nostra civiltà moderna che dobbiamo parlare soltanto di cose non importanti. Non abbiamo il diritto di parlare della religione, perché questo non è liberale; non abbiamo il diritto di parlare del pane né del formaggio perché questo è un voler parlare di bottega; non ci è permesso parlare della morte perché cosa che ci rende tristi; e tanto meno non ci è permesso di parlare della nascita, perché non sarebbe argomento delicato. 

Gilbert Keith Chesterton, Il Napoleone di Notting Hill

lunedì 11 dicembre 2017

Un aforisma al giorno (grazie, padre Brunelli)

Supponiamo che in un certo momento un certo uomo medievale possedesse solo tre libri medievali. Supponiamo che questi tre libri fossero: una versione delle opere di "Aristotele e della sua filosofia"; la Divina Commedia; la Somma teologica di san Tommaso d'Aquino. Questo non è possedere tre libri, ma tre mondi. Sono tre universi di pensieri e di sostanza o, piuttosto, tre aspetti dello stesso universo: uno positivo e razionale; l'altro immaginativo e pittorico; il terzo morale e mistico, ma intrinsecamente logico. Un uomo potrebbe possedere un'intera Biblioteca itinerante di romanzi moderni e poeti minori, senza ritrovarsi niente di simile a questo compendio cosmico, o a questo esame completo di tutti gli aspetti del mondo reale. Ma il punto vitale da cogliere è che quella filosofia considerata come filosofia, e anche quella teologia considerata come teologia, era qualcosa che tendeva a un equilibrio... si trattava di qualcosa di equilibrato e proporzionato... non era l'isolamento di un singolo pensiero.

Chesterton, Chaucer

domenica 10 dicembre 2017

Pirandello e Chesterton

Oggi ricorre l'anniversario della morte di Luigi Pirandello, leggo sul Corriere della Sera di oggi.

Fu anche l'anno della morte del grande Chesterton, come noi ben sappiamo, che rispose a Sei personaggi in cerca d'autore  con la commedia La Sorpresa (una delle nostre passate strenne di Natale!). Il Nobel del '34, vinto da Pirandello, vide come candidato anche Chesterton.

Trovate molte belle informazioni qui sul nostro blog, basta cercare col motore di ricerca in alto a sinistra. Tante belle scoperte e occasioni di buone letture.

Marco Sermarini 

sabato 9 dicembre 2017

Un aforisma (leggero ed intenso, come il fumo della pipa...) al giorno

Ho passato gran parte della mia vita con l'immediata intenzione di imparare a fumare la pipa.

Gilbert Keith Chesterton

venerdì 8 dicembre 2017

La Distributist Review in pillole l’8 Dicembre 2017


The week in review
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Collusion of Big Business and Big Government

A standard critique of capitalism, going back to Chesterton and Belloc, is that it creates a collusion between Big Government and Big Business.

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Hurricane or No Hurricane—Why Don't They Just Go To Work?

After the massive floods in Texas caused by Hurricane Harvey, even the harshest judge of the poor could hardly ask, "Why don't they work?"

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Dorothy Day's Cross

Dorothy Day: "To become a Catholic meant for me to give up a mate with whom I was much in love. I chose God and I lost Forster."

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giovedì 7 dicembre 2017

Il teatrino giocattolo - di Gilbert Keith Chesterton (traduzione di Umberta Mesina - tutti i diritti riservati ©)

Il teatrino giocattolo - da Tremendous Trifles

C'è una sola ragione per la quale i grandi non giocano coi giocattoli; ed è una ragione giusta. La ragione è che giocare coi giocattoli richiede tanto più tempo e incomodo di qualunque altra cosa. Giocare come bambini significa che giocare è la cosa più seria del mondo; e non appena ci capitano piccoli doveri o piccoli dolori siamo costretti ad abbandonare in qualche misura un progetto di vita così enorme e ambizioso. Abbiano abbastanza forza per la politica e il commercio e l'arte e la filosofia; non abbiamo forza abbastanza per giocare.  Questa è una verità che chiunque riconoscerà se, da bambino, ha mai giocato con qualsivoglia cosa; chiunque abbia giocato con le costruzioni, chiunque abbia giocato con le bambole, chiunque abbia giocato coi soldatini di stagno. Il mio lavoro di giornalista, che incassa soldi, non è perseguito con la stessa terribile costanza impiegata in quel lavoro che non incassa niente. 
..... 
Prendiamo il caso delle costruzioni. Se domani tu pubblicassi un'opera in dodici volumi (che sarebbe proprio una cosa da te) su "Teoria e pratica dell'architettura europea", la tua opera può essere stata laboriosa ma è fondamentalmente frivola. Non è seria quanto è serio il lavoro di un bambino che impila un mattoncino sull'altro; per la semplice ragione che se il tuo libro è un cattivo libro nessuno mai sarà in grado di provarti del tutto e una volta per tutte che è un cattivo libro. Ma se l'equilibrio della sua costruzione è un cattivo equilibrio, semplicemente crollerà tutto. E se so qualcosa di bambini, lui si rimetterà al lavoro triste e solenne per costruirla di nuovo. Mentre, se so qualcosa di scrittori, nessuno indurrebbe te a riscrivere il tuo libro o neanche a pensarci di nuovo, se solo potrai farne a meno. 
Prendiamo il caso delle bambole. È molto più facile dedicarsi a una causa educativa che occuparsi di una bambola. È facile scrivere un articolo sull'educazione così come è facile scrivere un articolo sulle caramelle o suoi tram o su qualunque altra cosa. Ma badare a una bambola è quasi altrettanto difficile che badare a un bambino. Le ragazzine che incontro per le strade di Battersea venerano le loro bambole in una maniera che mi ricorda non tanto il gioco quanto l'idolatria. In certi casi l'amore e la cura per il simbolo artistico sono diventati molto più importanti della realtà umana che, suppongo, in origine dovevano significare. 
Ricordo una bambina di Battersea che portava in giro la sua robusta sorellina in fasce in una carrozzina per bambole. Avendole chiesto lumi su tale linea di condotta, ella rispose,"Io non ho una bambola e la Piccolina sta facendo finta di essere la mia bambola". La natura stava davvero imitando l'arte. In principio una bambola fu il sostituto di un bambino; in seguito un bambino diventò semplicemente il sostituto di una bambola. Ma questo ci porterebbe altrove: ora il punto è che una simile devozione assorbe la maggior parte della testa e la maggior parte della vita; proprio come se si trattasse davvero della cosa che si pensa simbolizzata. Il punto è che l'uomo che scrive della maternità è un puro e semplice esperto di educazione; la bimba che gioca con la sua bambola è una madre.  
Prendiamo il caso dei soldatini. Un tale che scrive un articolo sulla strategia militare è semplicemente un uomo che scrive un articolo; orrenda visione. Ma un ragazzino che scende in campo coi soldatini di stagno è come un generale che scende in campo con soldati in carne e ossa. Entro i limiti delle sue possibilità infantili, deve pensare alla situazione; laddove il corrispondente di guerra non ha bisogno di pensare a niente. Ricordo un corrispondente di guerra che, dopo la cattura di Methuen, commentò: "questo slancio di attività da parte di Delarey è probabilmente dovuto alla scarsità di scorte". Lo stesso critico militare  aveva accennato pochi paragrafi prima che Delarey aveva quasi addosso una colonna di inseguitori al comando di Methuen. Methuen dava la caccia a Delarey; e l'attività di Delarey era dovuta al fatto che stesse per finire le scorte. Altrimenti se ne sarebbe stato buono buono mentre gli davano la caccia. Io corro dietro a Jones con un'accetta e se lui si rivolta e cerca di liberarsi di me la sola spiegazione possibile che ha un credito piccolissimo in banca.  Non riesco a credere che nessun ragazzino che gioca coi soldatini sarebbe talmente idiota. Ma è anche vero che chiunque mentre gioca a qualunque gioco deve essere serio. Invece, e ho fin troppo buone ragioni per saperlo, se stai scrivendo un articolo puoi dire qualunque cosa ti salti in mente. 
.....
A grandi linee, dunque, ciò che trattiene gli adulti dal coinvolgersi nei giochi dei bambini, parlando in generale, non è che non vi trovino piacere; è semplicemente che non hanno agio di farlo. È che non possono permettersi il costo di fatica e tempo e attenzione per un programma tanto grandioso e grave. Io stesso ho tentato, per un po' di tempo, di portare a termine un dramma in un piccolo teatro giocattolo, il tipo di teatrino giocattolo che si usava chiamare "A Penny Plain and Twopence Coloured"; solo che io stesso disegnavo e coloravo le figure e i fondali. Ero in tal modo libero dall'umiliante obbligo di dover pagare uno o due penny; dovevo pagare soltanto uno scellino per del buon cartone e uno scellino per una scatola di cattivi acquarelli. La sorta di palcoscenico in miniatura a cui mi riferisco è probabilmente familiare a ciascuno; non è niente di più di uno sviluppo del palcoscenico che Skelt realizzava e che Stevenson celebrò. 
Ma per quanto io abbia lavorato assai più duramente al teatrino di quanto abbia mai lavorato a qualsivoglia racconto o articolo, non riesco a finirlo; l'opera sembra troppo pesante  per me. Devo staccare e dedicarmi a impegni più leggeri; come le biografie di grandi uomini. Il dramma di "San Giorgio e il Drago" per cui ho fatto le ore piccole (bisogna colorare il tutto alla luce della lampada, perché è così che lo si vedrà), manca ancora con grandissima evidenza, ahimè!, di due ali del Palazzo del Sultano e anche di un qualche metodo comprensibile e funzionale di tirar su il sipario. 
Tutto questo mi suscita un sentimento che sfiora il significato reale dell'immortalità. In questo mondo non siamo in gradi di avere piacere puro. Questo in parte perché il piacere puro sarebbe pericoloso per noi e per il nostro prossimo. Ma in parte è che il puro piacere è di gran lunga una fatica troppo grande. Se mai mi troverò in un altro e migliore mondo, spero che avrò tempo abbastanza da giocare coi teatrini e niente altro; e spero che abbastanza energia divina e sovrumana da recitarci perlomeno un dramma senza interruzioni. 
.....
Nel frattempo la filosofia dei teatrini giocattolo merita l'attenzione di chiunque. Tutte le morali essenziali che gli uomini moderni hanno bisogno d'imparare possono essere dedotte da questo giocattolo. Considerato dal punto di vista artistico, esso ci ricorda del primo principio dell'arte, il principio che ai nostri tempi corre il maggior rischio di essere dimenticato. Voglio dire il fatto che l'arte consiste di limitazioni; il fatto che l'arte è limitazione. L'arte non consiste nell'espandere le cose. L'arte consiste nel ritagliare le cose, così come io ritaglio con un paio di forbici le mie bruttissime figurine di sa Giorgio e del Drago. Platone, che amava le idee definite, apprezzerebbe il mio drago di cartone; perché, anche se la creatura ha pochi altri meriti artistici, perlomeno è dragonesca. Il filosofo moderno, che ama l'infinito, si accontenti pure del foglio di cartone vuoto. La cosa più artistica dell'arte teatrale è il fatto che lo spettatore osserva il tutto attraverso una finestra. Questo è vero perfino di teatri inferiori al mio; perfino nel teatro di corte di Sua Maestà il Re si guarda attraverso una finestra; una finestra insolitamente grande. Ma il vantaggio del teatro piccolo è precisamente che si guarda attraverso una finestra piccola. Non ha forse osservato chiunque di noi come qualunque paesaggio sembri amabile e sorprendente quando lo si guarda attraverso un arco? Questa forma netta e decisa, questo chiuder fuori qualunque altra cosa non è soltanto un aiuto alla bellezza; è l'essenziale della bellezza. La parte più bella di ogni quadro è la cornice. 
In particolare per il teatrino giocattolo è vero questo: che, riducendo la scala degli eventi, può introdurre eventi più grandi. Siccome è piccolo può facilmente rappresentare il terremoto in Giamaica. Siccome è piccolo può facilmente rappresentare il Giorno del Giudizio. Esattamente in quanto è limitato, esso può giocare facilmente con le città in declino o con le stelle cadenti. Intanto i grandi teatri sono costretti a risparmiare perché sono grandi. Quando avremo compreso questo fatto, avremo compreso qualcosa della ragione per cui il mondo è sempre stato ispirato innanzitutto dalle piccole nazionalità. La vasta filosofia greca poteva accomodarsi più facilmente nella piccola città di Atene che nell'immenso Impero di Persia. Nelle strette vie di Firenze Dante sentì che c'era spazio per il Purgatorio e il Paradiso e l'Inferno; sarebbe stato soffocato dall'Impero britannico. I grandi imperi sono prosaici per forza, perché supera l'umana potenza rappresentare un grande poema su così grande scala. Idee molto grandi si può solo rappresentarle in spazi molto piccoli. Il mio teatrino giocattolo è altrettanto filosofico quanto il teatro di Atene.

(traduzione di Umberta Mesina - tutti i diritti riservati ©)

____________

Note

1 - Un episodio della Seconda Guerra Boera (1902).

2 - I teatrini giocattolo di cui parla GKC erano fatti di cartone e cartoncino, non erano teatri di marionette o burattini. La frase "A Penny Plain and Twopence Coloured" era uno slogan dei produttori e significava "semplice un penny e colorato due penny"; indica il fatto che i fogli con i personaggi e i fondali costavano un penny se erano semplicemente stampati nero su bianco (plain), e due penny (twopence) se erano colorati. R.L. Stevenson, grande appassionato di teatrini giocattolo, usò la frase come titolo di un suo articolo riguardante i teatrini, in particolare quelli prodotti da Skelt.   



martedì 5 dicembre 2017

Chesterton, Tolkien e Lewis: identità, antimodernità e allegoria cristiana - Nazione Futura, Nazione Futura

Tratto dall'intervento di Paolo Gulisano alla conferenza "Alla ricerca dell'umanità perduta. L'antropologia in Chesterton, Tolkien e Lewis" del 24 febbraio 2017, organizzata dal Centro Studi Minas Tirith.
http://www.nazionefutura.it/idee/chesterton-tolkien-lewis-identita-antimodernita-allegoria-cristiana/



domenica 3 dicembre 2017

Un aforisma al giorno

C'è una cosa che Cristo e tutti santi cristiani hanno detto con una sorta di monotonia selvaggia. Hanno detto semplicemente che essere ricchi significa essere in particolare pericolo di rovina morale.

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia

The Scrappy Evangelist, di padre Paul Rowan, nuovo studio su GKC

El hombre que fue Chesterton | Babelia | EL PAÍS

Fernando Savater su Chesterton su El Pais.

https://elpais.com/cultura/2017/11/28/babelia/1511865847_652959.html

sabato 2 dicembre 2017

Un aforisma al giorno

Il giovane uomo moderno non modificherà il proprio ambiente, perché vorrà sempre cambiare idea.

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia 

Un aforisma al giorno

Evoluzione è una metafora tratta da uno svolgimento puramente automatico. Progresso è una metafora tratta dal semplice camminare lungo una strada - molto probabilmente la strada sbagliata. Ma riforma è una metafora per uomini ragionevoli e determinati: significa che una certa cosa ci sembra senza forma e che abbiamo intenzione di dargliene una. E sappiamo quale.

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia

La Front Porch Republic ha bisogno di te ~ di Matteo Donadoni - da CampariedeMaistre

Mi piace, c'è molta Benedict Option (reale, non quella di chi non l'ha letto), c'è pure Belloc, pure Chesterton...

Commenti liberi.

Marco Sermarini


http://www.campariedemaistre.com/2017/12/la-front-porch-republic-ha-bisogno-di-te.html

venerdì 1 dicembre 2017

Il contadino che divenne papa - di Fabio Trevisan - da Riscossa Cristiana


"Aveva quel pregiudizio per cui la mistica parola "sì" dovrebbe essere distinta da quell'altrettanto insondabile espressione che è "no""
.
A pochi giorni dalla morte di Papa Pio X (1835-1914) Gilbert Keith Chesterton scrisse, in sua memoria, un interessante articolo sull'Illustrated London News, dal titolo "The peasant who became a Pope". Se pensiamo che la conversione ufficiale di Chesterton al cattolicesimo sarà nel 1922, questo commento del 29 agosto 1914 appare ancor più stupefacente. Il grande scrittore londinese aveva seguito le tracce che avevano rilevato il fatto che il defunto Papa era per nascita un contadino.
Questo fatto inconfutabile aveva alimentato nella mente di Chesterton una serie di considerazioni, prima fra tutte quella, altrettanto inconfutabile, che l'antico Papato costituiva praticamente l'unica autorità in cui questo poteva accadere: "Il più antico trono d'Europa è l'unico a cui possa salire un contadino". Inutile dire che a Chesterton quel mondo legato alla terra affascinava, tanto che l'amico e frate domenicano Padre Vincent McNabb gli dedicherà la sua opera più famosa, "La Chiesa e la terra" e che tutto il Distributismo, sorto con Hilaire Belloc attraverso la lettura attenta della Rerum novarum del 1891 di Leone XIII, poneva un ruolo centrale all'agricoltura, alla famiglia e alla proprietà privata.
Chesterton quindi, da grande pensatore e artista qual era, faceva balenare nelle menti ottuse degli scettici delle immagini che mostravano le conseguenze del fatto che San Pio X era stato un contadino di umili origini venete. Egli sosteneva infatti la semplicità e ragionevolezza del contadino: "Nel contadino che divenne Papa è ancora possibile trovare il tipo forte, paziente, arguto che mantiene vivi buon umore e carità tra milioni di persone…". Dinanzi a questa solare evidenza metteva a contrasto la spaventosa e inquietante cecità dei cosiddetti "illuminati" del mondo: "Hanno telescopi e non vedono; hanno telefoni e non odono. Una qualche segreta paralisi della mente o dei nervi impedisce loro di essere consapevoli di qualunque cosa sia evidente e presente". San Pio X attestava il fatto, ancora con le testuali parole dello scrittore inglese: "Questo era vero del grande prete che di recente ha reso a Dio il più terribile potere del mondo. Quelli che mormoravano contro di lui, si lagnavano della caparbietà e della riluttanza da contadino ma proprio quel motivo chiariva che la più antica istituzione rappresentativa d'Europa funziona, mentre tutte le nuove sono crollate".
Anche se Giuseppe Sarto, diventato Papa nel 1903, aveva tutti i pregiudizi di un contadino: "Aveva quel pregiudizio per cui la mistica parola "sì" dovrebbe essere distinta da quell'altrettanto insondabile espressione che è "no", quel sano realismo contadino si opponeva umilmente all'arroganza di tutta l'Intellighenzia europea (come la chiamava Chesterton): "Il Papa non pretese mai di avere un intelletto fuori del comune, ma sosteneva di essere dalla parte del giusto; e infatti c'era. Ogni uomo onesto …avrà ragioni per ringraziare la sua buona stella per il contadino in quell'alta posizione. Egli soppresse l'enorme eresia che due teste siano meglio di una, quando crescono sul medesimo collo. Soppresse l'idea pragmatista di volere la botte piena e la moglie ubriaca. Lasciò che le persone concordassero o no con il suo credo, ma non le lasciò libere di travisarlo". 
Queste frasi eccellenti di Chesterton andrebbero, ancor oggi, meditate a lungo assieme all'incredibile e commovente chiusa finale dell'articolo: "C'era in lui qualcosa di più, che non sarebbe stato nel comune contadino. Per tutto il tempo ha pianto a causa delle nostre lacrime; e gli si è spezzato il cuore per il nostro spargimento di sangue".

giovedì 30 novembre 2017

Un aforisma al giorno

Che i commercianti abbiano ideato il Natale è concepibile più o meno quanto l'idea che i pasticcieri abbiano  ideato i bambini.

Gilbert Keith Chesterton, L'abbandono del Natale, Illustrated London News, 13 Gennaio 1906

Un aforisma di Belloc (vero, verissimo)

L'orgoglio è la più durevole e velenosa forma di debolezza, poiché ingigantisce tutto e distrugge la giusta visione.

Hilaire Belloc

L’abbandono del Natale - di Gilbert Keith Chesterton (traduzione di Umberta Mesina - tutti i diritti riservati)


L'abbandono del Natale

di Gilbert Keith Chesterton

The Illustrated London News, 13 gennaio 1906

(data dell'edizione americana, che normalmente appariva due settimane dopo quella inglese)


Tutto ciò che è veramente degno di essere amato può essere odiato; e senza dubbio esistono persone che odiano il Natale. Non è difficile suddividerli a grandi linee secondo il motivo che hanno per far così. Ci sono, per esempio, quelli che odiano ciò che chiamano cattivo gusto e che in effetti è l'umanità.  Ci sono quelli che odiano fare i buffoni, preferendo recitare lo stesso ruolo con uno spirito di maggior serietà. Ci sono quelli che non possono star seduti per la durata di un pasto perché hanno quell'assurdo nervosismo americano che l'autore biblico profetizzò quando scrisse (prefigurandosi la vita del ricco yankee): «Non c'è pace per i malvagi». Ci sono quelli che hanno obiezioni contro gli Waits; non so davvero immaginare perché. Ci sono quelli che odiano il cristianesimo e chiamano questo loro odio un amore onnicomprensivo per tutte le religioni. Ci sono quelli (altrettanto non-cristiani nel loro sentimento di base) che odiano il paganesimo. Essi si rammaricano della qualità pagana della grande festività cristiana; il che semplicemente equivale a rammaricarsi del fatto che il cristianesimo abbia risposto ai preesistenti desideri del genere umano. Ci sono alcuni che non possono o non vogliono mangiare tacchino e salsicce. Ovviamente, se ciò è solo parte di una privata necessità fisiologica, essa può comunque lasciare l'animo in una sana disposizione natalizia. Se invece è parte di una filosofia, allora è parte di una filosofia con cui non sono d'accordo. Io mi attengo a una posizione teoricasemplice rispetto al vegetariano e all'astemio: possorispettare la cosa come regime dietetico, ma non come religione. Finché l'uomo di astiene per bassi motivi posso simpatizzare con lui di cuore. È quando si astiene per nobili motivi che lo considero un eretico. 
Ci sono dunque queste persone che detestano il Natale e senza dubbio sono molto numerose.  Ma se anche fossero la maggioranza, sono comunque sostanzialmente matte. Sicuramente il Natale dev'essere delizioso per l'uomo normalea patto di riuscire a trovarlo. Non devo certo sottolineare per i lettori di questo giornale un fatto filosofico così alfabetico come il fatto che "normale" non significa semplicemente "comune". Se ci fossero solo quattro uomini al mondo, se uno avesse il naso rotto, un altro avesse perduto un occhio, se il terzo avesse la testa pelata e il quarto una gamba di legno, tutto ciò non cambierebbe minimamente il fatto che l'uomo normale, dal quale in un modo o nell'altro ciascuno di loro si discosta, è un uomo con due occhi, due gambe, capelli naturali e il naso integro. È lo stesso per la normalità mentale o morale. Se mettessimo intorno a un tavolo quattro dei più osannati filosofi d'Europa, troveremmo senz'altro che ognuno di loro ha la sua piccola anormalità. Non dico che il filosofo moderno abbia il naso rotto; benché, se ci fosse un po' di spirito e di coraggio nel popolino moderno, ne otterrebbe uno abbastanza alla svelta. Diciamo che ha una lussazione mentale, che è rotto il suo naso spirituale, e che una simile critica si può muovere a ciascuno degli altri tre. Uno di loro (diciamo) potrebbe avere una costituzione tale da non poter vedere della carta assorbente senza scoppiare in lacrime. Il secondo (il Profeta della Volontà di Potenza) avrebbe per costituzione una gran paura dei conigli. Un terzo sarebbe in attesa continua di una scimmia a nove teste. Il quarto starebbe aspettando il Superuomo. Ma proprio perché queste loro follie sono differenti esse lasciano intatta l'idea della sanità fondamentale da cui tutti loro si discostano. L'uomo che è folle circa la carta assorbente è sano riguardo ai conigli. L'uomo che crede in una scimmia a nove teste non è così pazzo da credere nel Superuomo. Se anche non ci fossero al mondo altri uomini che questi quattro, ancora esisterebbe come idea l'Uomo Normale di cui ognuno di essi è una variazione o piuttosto una violazione. Ma io sono piuttosto incline a pensare che l'Uomo Normale esista davvero in senso fisico e localizzabile. Nascosto in una qualche bizzarra soffitta per sfuggire alla furia del popolaccio (le cui facce avvampate riempiono la strada sottostante come un mare), barricato contro la follia della mera maggioranza degli uomini, da qualche parte vive l'uomo il cui nome  è Uomo. Dovunque egli sia, è del tutto sé stesso e l'equilibrio della sua mente è una musica. E dovunque egli sia, sta mangiando plum-pudding.

Camminando per le vie, riconosco di poter comprendere che una persona sensata si senta un po' annoiata, o perlomeno un po' sconcertata, dalle manifestazioni esteriori del Natale: le vetrine dei negozi zeppe di fasci e fasci di cartoline natalizie inappropriate o di giocattoli per bambini che solo dei folli potrebbero realizzare e solo dei milionari comperare. Un tizio, scrivendo contro il Natale, si è spinto fino a dire che i negozianti sostengono il giorno di Natale solo per i loro scopi commerciali. Non sono sicuro se abbia anche detto che sono stati i negozianti a inventare il giorno di Natale. Forse pensava che i negozianti abbiano inventato il cristianesimo. È un'immagine curiosa, il concilio segreto tra il venditore di formaggi, il pollivendolo e il negoziante di giocattoli allo scopo di delineare una teologia che convertisse l'Europa intera e vendere così i loro prodotti. Gli oppositori del cristianesimo crederebbero a qualunque cosa tranne che al cristianesimo. Che i commercianti abbiano ideato il Natale è concepibile più o meno quanto l'idea che i pasticcieri abbiano  ideato i bambini. È tanto sensato quanto dire che le modiste hanno inventato le donne. E tuttavia, come ho detto, posso capire che uno trovi le comuni manifestazioni del Natale incomprensibili o fastidiose. Specialmente le cartoline natalizie  a volte raggiungono il più piatto e trito livello di grossolanitào convenzionalità. Ma questo succede soltanto perché lasciamo il simbolismo del Natale così tanto nelle mani automatiche di gente prezzolata. Non è perché ci sentiamo troppo natalizi, ma perché non ci sentiamo natalizi abbastanza. Tutte queste spassose celebrazioni umane sono, sotto questo profilo, nella medesima posizione: finché sono godute, sono godibili; è soloquando vengono sottoposte a critiche grette che diventano prosaiche e irritanti. Ciò che le rende una seccatura generale non è la credenza popolare in esse, è una popolare non-credenza in esse.  Gli avversari del rito lo attaccano sostenendo che è diventato esteriore e vuoto. Ed è così. Ma un rito diventa esteriore e vuoto solo quando gli uomini non sono abbastanza rituali.

Per esempio, possiamo osservare con reverenza una sfilza di cartoline natalizie e scoprire che esse si basano principalmente su giochi di parole straordinariamente tortuosi e sgraziati; giochi di parole che nessun buffone plausibilmente umano potrebbe aver generato in maniera giocosa o come battute di spirito. Una, diciamo, farà bella mostra della semplice e inconfondibile immagine di un cappello. Annessa a questo sarà la brillante legenda "Wishing t(hatyoumay have a happy Christmas". La parola hat – lo dico per tema che l'ironia, di primo acchito, sia troppo sottile – è contenuta nella parola that e isolata da essa tramite parentesi. O magari vedremo qualche altro simbolo. Potremmo vedere, diciamo, una realistica immagine di cravatta o foulard con la spiegazione che l'ideatore vi augura un Anno Nuovo in-tie-ramentefelice. Ebbene, ciò che voglio sottolineare riguardo a questo tipo di battute di spirito non è che siano battute fiacche ma che psicologicamente e per loro natura non sono battute affatto. Nessuno pensa che siano battute di spirito. Il tizio che le ha realizzate non è scoppiato a ridere; e questa è una prova. Niente è più penoso (non c'è nemmeno bisogno di dirlo) della trita obiezione verso colui che ride delle proprie battute. Se uno non può ridere delle battute proprie, dovrebbe ridere per le battute di chi? Un architetto non può pregare nella sua cattedrale? Non può (se è un artista degno di questo nome) essere intimorito dalla sua cattedrale?  Ma, come dicevo, questi giochi di parole da cartolina non sono battute; non è che sono battute fiacche. Nessun uomo mai venne alla luce, nessun uomo, per quanto rozzo, smodato, volgare, mezzo scemo, parzialmente folle, nessun uomo è mai esistito che abbia provato a trasformare la parola that nella parola hat come una spiritosaggine da conversazione. Non c'è niente di vivace, niente di allegro in una facezia del genere; è piuttosto un tetro sforzo di sottigliezza intellettuale. Le persone contente fanno battute fiacche ma non una battuta così. Nessuno lo direbbe per quanto contento fosse. Nessuno lo direbbe per quanto sbronzo fosse. Non proviene, e non può provenire, dai sinceri festaioli del Natale, per quanto ignoranti o sciocchi o insensibili possano essere. È fin troppo evidente che proviene dalla mente meccanica di persone la cui sola occupazione è aggiungere insopportabili scherzi a immagini senza senso. In breve, la leggerezza non proviene da persone leggere. Non viene da quelli a cui è concesso un giorno di vacanza. Troppo smaccatamente viene da quelli a cui non è concesso un giorno di vacanza. Viene da quei laboriosi disgraziati per i quali Natale non è Natale. Non è un prodotto dell'osservanza dello spirito natalizio, ma un prodotto della sua inosservanza.

Riguardo a chi senz'altro afferma, chiaro e tondo, che la scemenza o la pesantezza di simili battute prive di sentimento e d'intelligenza è solo un esempio della stupidità e ignoranza della gente comune, non saprei che cosa dir loro se non raccomandare che si tolgano l'ovatta dalle orecchie. Chiunque possa davvero credere che le classi inferiori siano stupide quando si tratta di umorismo non deve aver mai visto un omnibus, tanto meno esserci salito. Chiunque possa parlare di "educare" il senso dell'umorismo dei poveri dev'essere una di quelle rare persone così risolute (o così munifiche) da non aver mai avuto un alterco con un vetturino. L'arguzia delle classi lavoratrici non solo è incommensurabilmente superiore agli scherzi indigeribili delle cartoline natalizie; è molto superiore,come letteratura, all'arguzia delle classi colte. Se dunque qualcuno mi dice che "wishing you an en-tie-erly happy Christmas" viene messo sulle cartoline perché è il solo tipo di divertimento che la gente ordinaria sa comprendere, mi dice qualcosa che semplicemente io so essere falso. Tanto varrebbe che mi dicesse che la cravatta viene messa nell'immagine  perché è la sola cosa che indossano. No: la vera ragione di questa stupidità di Natale sta, come ho detto, nell'abbandono del Natale. Se la gente ordinaria producesse le sue proprie battute per divertirsi, sarebbero delle buone battute. Siccome sono fatte da gente pagata per compiacere la gente ordinaria, sono fiacche. Spesso è un errore rivolgersi agli specialisti; ma è sempre un errore rivolgersi a loro per il buonumore.
La verità, penso, in questa e in altre faccende è che la vita pubblica è effettivamente più stupida della vita privata. Il paese è pieno zeppo di circoli di dibattito in cui il livello dei discorsi è molto più brillante e stimolante che nella Camera dei Comuni. In ogni strada ci sono perlomeno due o tre persone che raccontano ai bambini fiabe improvvisate assai migliori della melma di imitazioni sentimentali che riempie così tante riviste. E la grande celebrazione pubblica del Natale, come appare nelle battute, nei canti e nelle immagini, è di gran lunga inferiore a quel che sta accadendo dietro alla più vicina porta d'ingresso.

(Traduzione di Umberta Mesina - tutti i diritti riservati ©)